Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

Robin Eley ""Ho provato a esplorare la percezione dell'isolamento nel mondo moderno: il telo di plastica ne è il simbolo"


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What the (wo)man want?

Il primo desiderio di un fortunato possessore della lampada da genio è la creazione di un collegamento diretto con una terra che ama molto: l’Australia. Un’autostrada subitanea verso quel continente.

Forse per l’impatto ambientale dell’opera, forse per i costi della stessa e la difficoltà di reperire i fondi, forse per paura di infiltrazioni malavitose o per timore di lasciare un non-finito ben più visibile dal satellite lunare che la Muraglia Cinese, il genio si rifiuta e consiglia all’altro di formulare un nuovo desiderio. E il tizio pensa bene di chiedere la facoltà di comprendere meglio, capire ed essere un miglior confidente per la sua compagna. Allora il genio riflette un attimo sulla questione, si fa quattro conti, un preventivo, un’analisi costi/benefici, si apre una facile linea di credito con le banche, trova un team di progettisti competenti e poi si rivolge all’altro dicendo: “L’autostrada per l’Australia … a due o tre corsie?”.

(Ovvero è più facile realizzare un’opera assurda che comprendere una donna).

Se le barzellette ridono grassamente di questo, altrove è giunta a maturazione un’altra ovvietà. Uomini e donne hanno un’uguale complessità, differente però nell’intreccio. C’è il ciclo da donna e il ciclo da uomo, ovvero ognuno ha la sua bici da guidare, e se preferisce può cercarsi un tandem! È da smentire la teoria che guarda all’essere maschile come portatore di logica e linearità, mentre fa di quello femminile un sussulto tumultuoso di capricci, incostanza e umoralità mensile o caratteriale. Ambedue i sessi godono di una complicazione di pensiero, di comportamento, aggravata dalla personale interpretazione e da altri quanto cogenti fattori socio-culturali. La fortuna sta nel trovare una parola che risolva la traduzione e una linea di dialogo tra i due sistemi, in modo che la matassa si aggrovigli sempre più o diventi un maglione.

Bel pensiero questo, ma tradotto in pochi maledetti e subitanei spiccioli, gli uomini che vogliono?  Continua a leggere

Jack Vettriano, Baby bye bye small


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Dillo a Carla

Amatissimi ben trovati! Sono così lieta di trovarvi qui giunti!

Mi chiamo Carla e sono una signora âgée, ovvero miei cari ho qualche luna tra i capelli e piega sul viso, a tutto vantaggio della mia fascinosa virtù e dell’orgoglio di una vestaglia da casa, salda ancora sul punto vita.

Oh certo, tesori, che c’è altro oltre al punto vita! Il punto croce, il punto e virgola, il punto a capo.

Sono qui per raccontarvi non della mia silhouette o della luce morbida e bianca che entra dalla finestra sui viali ancora verdi, ma neanche sulla necessità di un’eleganza del poco e della grazia essenziale dell’intelletto.

Bensì per narrarvi di quanto succedeva ai tempi della mia rubrica su una rivista di carta stampata, tempo fa.

Si titolava così: “Dillo a Carla”. A seconda delle stagioni che il Paese attraversava, con le altre della redazione, ci inventavano sottotitoli irriverenti: “Dillo a Carla, e decidi tu se darla”, “Dillo a Carla, ma non spararla”, “Dillo a Carla, ma non comprarla”, “Dillo a Carla, e vedi di piantarla”

Sapeste quanti alberi nel cortile interno del palazzo del giornale!

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The Cure, Lullaby


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La cura con una Lullaby

Io ascolto ancora Lullaby dei Cure. A dir la verità, ho ripreso ad ascoltarla solo da poco. E’ come quando la ferita si rimargina e la crosta si secca, puoi aspettare che cada o farla cadere con un piccolo gesto delle dita. E sotto poi scopri che la pelle ha un colore diverso, ma è intatta.

Lullaby dei Cure mi è stata regalata a metà di una notte tiepida, in ore così profonde che di solito si passano in occupazioni silenziose o con parole sussurrate. Mi è arrivata da molto lontano. Era perfetta: tremavo impaurita e bisognosa di una ninna nanna, era una paura sana di quelle che sconvolgono e attivano sensazioni esplosive. Di quella notte, ricordo i brividi di felicità assoluta e le mie parole che per la prima volta erano in difetto. Come si risponde a un “Mi sto innamorando di te”, quando forse era l’unica cosa che volevi sentirti dire al termine di una conversazione? Basta un “Sono felice”? Continua a leggere


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Una piccola confessione

Antefatto

Tamara de Lempicka, Ritratto di Mrs Bush, 1929

Tamara de Lempicka, Ritratto di Mrs Bush, 1929

Ester è iscritta a un sito di dating, ma si annoia: nessun uomo le interessa o riesce a tenere il passo con lei né online né seduti ad un bar per un aperitivo. Rompe quindi la sua noia decidendo di giocare con  un’altra identità, di cambiare le carte in tavola. Così crede quando quando compila il profilo per accedere con un diverso abito virtuale presso lo stesso sito di dating. Ma ammettiamolo, sta anche cercando un valido pretesto per contattare  Daniele. Invece, si ritrova a conversare con colui verso il quale si era ripromessa di tacere e fuggire qualsiasi tentazione di parola, battuta o chiacchiera da chat. Ora si confessa, confida quell’episodio vecchio ormai di dodici mesi. Ester e le parole di un giovane uomo di provincia, Giovanni.

Ecco come è andata.

* * *

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Groucho Marx


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Esegesi di un “disturbo”

Groucho Marx

Groucho Marx

Se cercate qualcuno – chiamiamola anima gemella, compagnia (occasionale) di nudità, ascoltatore dei propri pensieri, compare di bevute, amico di penna – di che mezzo vi servite se non di una connessione e di un motore di ricerca social? Già in passato vi avevamo fatto sorridere con un post, quello che comparirà cliccando qui (sì qui!), che cercava di comporre con ironia l’esatto abbinamento tra la domanda e l’offerta, l’outfit giusto per l’occasione d’uso dei vostri sensi.

Tuttavia potremmo procedere con una generalizzazione, basata sulla dinamicità o la staticità del profilo che si è chiamati ad avere.

I social network specifici sull’argomento fornisco all’utente un profilo statico: una volta compilato, così rimane per lungo tempo, a meno di non soffrire di disturbi della personalità, anche detta noia virtuale del proprio io o lussuria della povertà. In tale ambito, accade raramente di trovare profili muti e poveri, senza parole e immagini: una totale avventura al buio, nient’affatto sociale come inizio. Il target medio, talvolta mediocre, imbastisce però due mezze parole, accompagnate da almeno un’immagine. Vogliamo fare qualche esempio di questa tipologia? Meetic e tutti quelli che a questo logo con due cuori e una capanna assomigliano.

I social network che danno al termine social una sfumatura più ampia, quindi generica, hanno invece un profilo dinamico, in cui potete raccontare qualsiasi futilità: dai peli del gatto alle rughe della lumaca. Urlate sempre più forte, citando spesso frasi, musiche e articoli di altri come se foste dei novelli Cristoforo Colombo, che appena sbarcati presso il nuovo Mondo, trovano già patatine fritte, hamburger e suv su autostrade a sei corsie, tra grattacieli e deserti. Facebook, è l’ovvietà di riferimento.

Molti lo usano come strumento per agganciare un’altro/a, laddove il rapporto tra l’offerta più ampia non fa crescere esponenzialmente le percentuali di riuscita, bensì viaggia con passo costante assieme all’incertezza dell’incontro, come in un social network specifico. La differenza tra la specificità di una rete e la genericità dell’altra risiede nel costo d’accesso e nel “comune” interesse di chi partecipa alla prima rispetto all’uso più ampio della seconda.

In ogni caso avete davanti qualche informazione sull’altro. Ora come vi approccereste a quello/a se una virgola o un pixel vi hanno attratto? (Non contattate qualcuno/a solo perché del sesso opposto o uguale al vostro. Dovrà pur esserci altro oltre al contenuto qualunque di una mutanda, o no?)

Che ne dite di un “Ciao, disturbo?”  Continua a leggere


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Risate prefestive

Cari nostri affezionati lettori, eccoci di nuovo giunte al momento della gravosa scelta tra le chiavi di ricerca più bizzarre, quindi meritevoli di pubblico riconoscimento poiché, grazie ad esse, le vostre candide anime giungono lievi in questo spazio virtuale adorno di sollazzi, riflessioni forse serie, immagini, musica e quant’altro rende tali byte di vostro gradimento e godibile fruizione quotidiana.

Or dunque, da dove iniziare nella premiazione dell’assurdità settimanale?

Un raro caso di gerontofilia virtuale. Incontrare uomini anziani on-line, e papà singolo”. Abbiamo a chiederci un desolato perché? Cara lettrice/caro lettore, alcune/i sono riuscite/i nello stesso tuo scopo sedendo in una giunta regionale, con democratico metodo e nessuna preparazione, perché affannarsi tanto invece? E poi, va bene che gallina vecchia fa buon brodo, ma cosa intendi per anziano? Con pensione o senza? Di certo poi un papà doppio – in risposta alla tua richiesta di singolo – non è ancora cosa di italico costume, a meno di non bere uno scotch con lo stesso fattore di moltiplicazione. 

Un esempio inverosimile di ingenua credulità. Proseguiamo con “cerco un uomo(c)he mi coinvolga mentalmente”. Cara amica/caro amico, cerca prima un uomo che ti coinvolga, non chiedere troppo al caso. C’è grossa crisi anche per quello. Casomai trovata una persona che ti appassioni, ci aggiungi poi la mente, il collo, l’avambraccio, la caviglia, il soprattacco. Ogni cosa a suo tempo. Ricordati solo carissima/o navigante del virtuale che l’olio è meglio aggiungerlo a crudo.

Una lampante dimostrazione di come l’italiano non sia un sentimento comune, nello scrivere come nel pensare: eh? E andiamo avanti con “comunità personali sito e-mail alla ricerca di amore contatto @hotmail.it, restando ferme su una sillaba: eh? Oppure potremmo trovare risposta parafrasando degli Amici nostri. No, permettici caro lettore un po’ confuso. Noi siamo Oche, come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribài con cofandina? Come Ocarine, per esempio.  (Vedasi citazione originale).

E se volete continuare a ridere, ecco pronti altri momenti di ilarità: notturna, abusiva e pomeridiana.

Infine a chi cerca “storie di oche”, sappia quello/a che ha trovato il sito giusto, perché questo è un blog di Oche… forse.

Buona risata!

Post scriptum: Ci pare scortese non portare alla vostra attenzione un’aggiunta dell’ultim’ora.

Un’evidente testimonianza di come si possa essere singoli anche in coppia. Come si può commentare tale richiesta: donne sole in cerca di singoli rapporti degli uomini” ? Cara amica/caro amico, lo volevi fare strano? Manifesti una palese confusione di intenti mescolando il plurale dei termini con la singolarità espressa dagli aggettivi. Ricomincia da capo in maniera elementare, “donna cerca uomo per scopo vario”, che ne pensi? 

Rudolf Bonvie, Dialog, 13 Fotografie, 1973


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Menti sapendo di mentire

Rudolf Bonvie, Dialog, 13 Fotografie, 1973

Rudolf  Bonvie, Dialog, 13 Fotografie, 1973

Mentite. Mentite sempre. Non c’è altra via, altra soluzione, altra possibilità: mentite.

Con gli uomini occorre mentire. Non è essenziale sostenere la verità, non dite mai il vostro nome e cognome, quelli con cui siete state registrate all’anagrafe e per colpa dei quali Equitalia busserà prima o poi alla vostra porta. Non fatelo mai, perché poi Google o Facebook racconteranno i vostri peccati e le vostre rughe prima che voi possiate aggiungere una sfumatura, un sorriso reale, un tocco di cipria o un appunto.

Percorrete invece un’altra via, quella dell’eterea semplicità. Voi siete delle donne scevre da qualsiasi problema, non avete nessuna paura, nessun dubbio, nessun momento di sconforto. Avete un lavoro comune, avete conquistato senza alcuna fatica la vostra indipendenza, avete un vostro appartamento, un’auto e un milione di bravi amici. Ogni tanto qualche bravata, ma niente oltre. Sane, simpatiche, colte, carine. Pulite e sante, e un po’ vezzose. Siate normalmente inconsistenti come una conversazione dal fruttivendolo sulla scarsa sostanza dei pomodori a ottobre. Mentite. Nella vostra vita non avete mai avuto traumi, momenti brutti, giorni di cui non raccontate. Non siate complesse come siete in realtà. Non raccontate per filo e per segno quello che avete passato finora. Per questo ci sono, se ci sono, le persone che con voi quei giorni li hanno passati. Non raccontatevi mai, né dopo la prima mezz’ora né dopo quattro mesi di frequentazione assidua o sporadica.

Perché quest’inno alla menzogna? Continua a leggere