Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca


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Strana

Strana, a me hanno spesso detto che sono strana. A volte è un complimento  per dire originale, altre volte è un edulcorato insulto per dire folle, pazza. Un’etichetta appesa addosso da cui faccio molta fatica a liberarmi, poiché so di avere quella follia quotidiana necessaria ad andare avanti, ma non quella patologica da cura. Quest’ultima l’ho vista e conosciuta da vicino. L’ho anche dovuta simulare per salvare una cosa chiamata “casa”, ma non ne è servito a nulla. Una casa non ce l’ho più, quella in cui sono cresciuta non è più mia. E drammi come questo accadono tutti i giorni, a volte qualcuno si da fuoco, qualcun altro spara, qualcuno ancora finisce in tso, trattamento sanitario obbligatorio, allo sfratto segue la pazzia imposta.

Capita. Non sono l’eccezione. Capita come capitano i fatti altri della vita. Come capita di non essersi sudati mai nulla, di ricevere un’eredità, di imbroccare sempre la strada giusta. Di scoprirsi gay e trovare l’amore al primo incontro. Capita. Non è bravura. E’ caso.

Capita di voler rispetto o quanto meno di non essere sempre assoggettati a giudizio che non posso poi restituire. Me ne dicono spesso di tutti i vivaci colori dell’arcobaleno. Spesso sono intromissioni personali, giudizi. Non dovevi fare quello, non dovevi fare quell’altro, non dovevi trasferirti lì, non dovevi uscire con quello, ma che ci parli  a fare con quell’altro. E poi i complimenti vanno dalla follia, per l’appunto, all’acidità, alla bruttezza, al ricordarmi accadimenti spiacevoli, a fare i conti senza conoscere le mie tasche. Tutto fatto in nome della bontà.

Ma nell’esatto momento in cui si dice all’altro che quel commento ti ha ferito, piovono addosso comunque critiche. Lo hai detto con rabbia, non lo hai detto, tra amici pensavo si potesse, non pensavo di ferirti, quanto sei permalosa. Giammai poi ricordare che gli amori, come le case, le fortune, le sfighe sono questione di caso e non di bravura o scelte sagge. Mai ricordare a nessuno che il giudizio è figlio della grammatica e del vizio, che non tutti i dolori sono uguali, che le lacrime a Saint Tropez, non sono le stesse di una periferia qualsiasi. Mai ricordare a nessuno che avere le spalle guardate dalle fortune famigliari è solo questione di fortuna e non di maggior avvedutezza. Mai sottolineare che quella fortuna fa partorire giudizi di una permalosità borghese e superficiale. Mai fare ciò, poiché per tutta risposta mi sono sentita dare della cafona, della strana, e peggio poi ancora.

Il mio dolore non è unico, ma è mio. E’ un dolore senza risorse, è il dolore che ti fa sentire sempre distante dagli altri, mai perfettamente inserita. Quel dolore fatto di esperienze che non sono sciocche, ma che non hanno neanche mai avuto un paracadute per alleggerirle. L’ho cercato, ma non c’è stato. Non è successo.

In poche parole le esperienze dividono, i soldi dividono. Quello che ho passato io mi lascia certamente il dente avvelenato, ma non potrebbe essere diversamente. E’ stupido pensare che basti un colpo di spugna  o che io viva nel passato. Vivo come una che si deve costruire quello che vuole, come una a cui non capita la fortuna di un amore, di un lavoro ideale e di possibilità infinite. A raccontare che non sono mai stata amata o che per me certe esperienze di svago o di distrazione o di serenità casuale sono difficili da vivere o da trovare, si cade ancora una volta nel giudizio netto di colpe mie. Sono io che non so fare o dire.

Sono stanca di specchiarmi in questo atteggiamento. Sono stanca di non poter dire quello che penso pena la cacciata dalla vita sociale che ho (o avevo attorno), sono stanca che ci sia sempre un soluzione e che sia sempre quella degli altri.

Io sono cinica, permalosa, irascibile, sarcastica. So forse mettere due righe una di seguito all’altra e ho un passato che mi ha scampato dalla stoltezza del presente. Il caso ha voluto che partendo con le stesse basi, le persone giungano a risultati differenti. La coscienza di questo non è l’invidia ma l’evidenza del vivere.

Sono anche stanca della leggerezza scema, della cattiveria fatta per bontà, delle accuse di pazzia, delle prediche, dei rimproveri a cui non rispondere perché sennò sono un’ingrata.

E sono anche stanca di questo blog.

In un anno di permanenza online, mi sono impegnata molto, giacché le presenza iniziali sono state delle apparizioni in un castello infestato di fantasmi. Da diverse persone scriventi, la palla è rimasta poi solo a me. Scrivo solo io da agosto e  gestisco tutta la baracca da sola da più o meno lo stesso tempo.

Non ha più senso che io mi esponga in questo modo, non ha più senso affinarsi la corazza così tanto. Non ce l’ha più per me un senso.  Credo quindi sia davvero e definitivamente ora di chiudere questo spazio, magari di cancellarlo. E passare altrove.

Grazie.

A.

Henri Matisse, Giovane donna con camicia blu, 1939


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Le Marioline

Mariolina aveva l’aspetto di un palo da lap dance, ma senza ballerina sopra. Ricordava un animale da cortile, anzi della gallina aveva anche i colori, quel biondiccio slavato dei capelli e quel celeste pallido degli occhi fissi e nient’affatto espressivi. L’intelligenza limitata ai confini del paese e l’accento forte e sordo del suo suono. Tredici anni e la cattiveria malevola delle vecchie rancide del borgo di collina. Il suo problema era Vanessa, che oltre a essere sua cugina aveva tre enormi difetti intollerabili. Le tette, i buoni voti a scuola, e una storiella adolescenziale con Marco, il bullo del posto e delle scuole medie. Mariolina non fece nulla, proprio nulla di grave. Rese solo l’aria irrespirabile e creò  quel clima d’insofferenza, di astio, di occhi sempre contro e di isolamento che fecero passare a Vanessa la voglia di andare a scuola. Ci riuscì, terminò le scuole medie perché il suo senso del dovere era più alto di qualsiasi altra cosa, soprattutto ce la fece a forza di pianti disperati prima di andare a scuola e di conversazioni con suo padre che le diceva sempre “Tu li supererai tutti”. La medie finirono, e per fortuna le loro strade si separarono. Ognuna fece vita altrove.  Continua a leggere

Fernando Botero, Donna che si spoglia


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Pensa a tutto Claudio

Quando il treno si fermò in stazione centrale a Rosa venne un attacco di panico. Lei e Gianni dovevano arrivare la Valle d’Aosta per la luna di miele, ma giunti a Milano non seppero come districarsi da quel pasticciaccio di binari, larghe vie, tanta gente e un posto da raggiungere senza sapere come. Rosa reagì disperandosi. Per miracolo, ripararono in un alberghetto poco lontano della stazione, chiamarono i parenti a casa e decisero di ripartire verso la città natale, perché con Rosa in quelle condizioni non si poteva mica scherzare. Continua a leggere

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese


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Delirio n.1 – Sull’ignoranza

L’ignoranza ha un peso enorme, pesa molto e porta a fondo. Forse anche conoscere ha lo stesso effetto se attorno c’è il suo contrario.

Mettiamo il caso dell’ignoranza del capo che sa ciò che è meglio perché è il capo, quindi colui che tiene i cordoni della borsa. Sa diversamente o proprio non sa, ma questo poco influisce sul suo potere decisionale, d’altronde qualcuno nel pollaio ha pure da decidere.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese

E forse l’ignoranza non è quel male per cui non ci si mette mai in discussione? Ignoro non solo quello che c’è scritto sulla carta ma anche l’esperienza altrui. E se ignoranza facesse rima con bocche chiuse, allora vivremmo in un mondo di muti, purtroppo accade il contrario più si è ignoranti (coloro che ignorano) più si rimane incastrati nella tela del ragno a divincolarsi tra consigli e imposizioni. I primi per affetto, le seconde per contratto.

L’esito è lo stesso, l’ignoranza pesa e fa affondare sia chi la porta che chi la vede. 
Ignorare le vite altrui e le ragioni profonde di gesti e comportamenti eppure emettere sentenza, dall’amichevole consigliare senza ammettere ritorno dello stesso confortevole parere, all’ignorare una diversa competenza professionale eppure decidere per semplice diritto di proprietà, un po’ come quello stucchevole slogan femminista sull’uso della vagina: questo è mio e decido io.

Ma la forma peggiore di ignoranza è anche la migliore, perché più sana: ignorare la profondità delle proprie miserie per concentrarsi solo su quelle altrui o ancora meglio sui piacere del vivere, finché durano, o sulla cecità dell’evidenza, sono queste le migliori forme di sapere che esistano.

In fondo tutta questa democratizzazione e facilità di accesso ai mezzi di comunicazione, di trasporto e di pseudo-conoscenza  non hanno semplicemente dato l’illusione che si possa arrivare da qualche parte stando assolutamente immobili? Non avendo ovvero nessun potere decisionale, se non quello sul colore della proprie mutande e sul menù della propria cena? Forse a pensarci bene neanche su quelli.

E allora il dire sempre la verità e il buon senso di non dirla per il civile, quanto ipocrita, vivere sono queste le due opzioni tra cui scegliere, preferendo però l’amaro modus vivendi dell’ignoranza, perché si ha da vivere (lavorare, uscire, mangiare, dormire, scopare). Scegliere se andare avanti e continuare a salire in groppa a quel non voler sapere o vedere (nel lavoro, nei sentimenti, nel quotidiano) o piuttosto affondare nel piacere assoluto di una conoscenza senza risposte, poiché è vero che anche quando ci sono delle apparenti cause che legano i fatti è altrettanto evidente che le conseguenze tali restano. Spiegazioni non ce ne sono, semplicemente va così. O come diceva qualcuno “non chiederti come fai a farcela finché ce la fai”, ma quello che così profetizzava non ha ancora smesso di drogarsi.

Buona ignoranza a tutti noi.