Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca


3 commenti

Estate

Un aereo si abbassa di quota per atterrare nella prossima città. La vicina del terzo piano lava i piatti e, dalla finestra del piano di sotto, spunta un uomo che indossa solo la maglietta con il logo di superman, il borsellino a tracolla e lo spazzolino da denti in bocca. Fissa ebete la tv nel lavarsi i denti.

Sull’affaccio opposto, una giovane coppia da tutta l’estate prepara la cena davanti alla finestra. Più in basso, un uomo e una donna leggono seduti  sul loro balcone di tre metri per uno e mezzo.

Finiscono le storie lunghe anni, proprio come finiscono quei legami che storie non sono. Finisce la voglia di scopare senza sentimento perché per far godere una donna bisogna volerla. Finisce l’idillio dell’amore perfetto altrui quando senti che un figlio vale un’auto. O mentre ti educano alla perfetta teoria dei figli fatti per amore stando a letto con colei che non è la madre della tua progenie, colei che amore non è dal momento in cui le sei entrato dentro. Finisce l’idea che l’amore non faccia dimagrire una cinquantenne persa del suo collega più giovane di dieci anni, incontrato clandestinamente il materdì e il venerdì pomeriggio.

Zoppica, barcolla e si improvvisa ogni giorno il pensiero di un bene che faccia star bene. Perché il bene voluto agli altri, a volte è solo un complemento di specificazione dell’ego. Ti-amo-e-ti-compongo-una-canzone. Ma non so che faccia tu abbia e poco importa se non ti rispecchi nelle mie parole. Voglio-qualcuno-che-si-curi-di-me. E non ti accorgi delle cure che ricevi perché quel bene che hai attorno non ti sazia.  Ed è scontato, gratuito certo.

E poi vai avanti cercando quel pensiero nuovo, quel progetto di vita che t’allevi dall’afa di città.

Non sono andata a trovar colui che per me ha scritto una canzone. Non ci sono andata perché cantava l’amore, pregava una madonna che non ero io. Cantava di una che non riconoscevo nelle sue parole. E perché quel bene non arrivava come tale.

Domani è venerdì, la relazione online con M.  si chiuderà come un parcheggio occupato solo nei giorni feriali, sperando che prima o poi qualcuno mi prepari la cena mentre torno a casa.

(G) A B


2 commenti

Inizio

Ci siamo incontrate in un giorno in cui il cielo era grigio e afoso, fatto di un colore piatto. E attorno la gente si muoveva per abitudine. Mi ha detto “Io non ho più voglia di scrivere, fallo tu se vuoi”.

E io che ne so di cosa si possa scrivere? Che ne so io di virtualità e di sentimenti digitali?

Era un sabato notte di qualche week end fa. Alle due e mezza, ho aperto gli occhi per un malessere. Sapevo che si stava consumando un tradimento altrove. E non potevo farci nulla, se non avvertirne il disagio, o meglio la rabbia che mi faceva smettere di dormire.

Ho preso il telefono e ho iniziato a chattare con una conoscenza lontana. Non c’eravamo mai incontrati, chiacchieravamo a periodi alterni e del nulla. Era un uomo e mi raccontava delle proposte audaci ricevute. Una signora olandese gli aveva offerto un incontro a base di giochi di plastica. Dildo. Mi stava dicendo che la tentazione di accettare era forte. E io con sommo menefreghismo, lo incoraggiavo a vivere questo viaggio ludico. Ed inutile.

E poi mi è tornato in mente il mio amante, colui che aveva smesso  di parlarmi e quindi di vedermi. Ottimo momento per raccontargli cosa stava accadendo e le mie considerazioni su Fenoglio, certa com’ero che non mi avrebbe risposto mai. Gliela avevo combinata grossa secondo i suoi parametri e quindi ora si era tutto spento.

Alle tre e quaranta, avevo chiuso la conversazione via chat e  spedito l’email, mentre il  malessere per quel tradimento che non mi faceva dormire continuava. Ci si muove solo per passione e per la fortuna di averne.

(G) A B