Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

Vagheggiamenti domenicali di una single.

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Tutto è iniziato domenica mattina quando, dopo aver fatto colazione con la calma del dì di festa, ho seguito un documentario in tv. Pare che tra cinquant’anni non ci sarà più nulla in mare da pescare, a meno di non fare porzioni infinitesimali del mostro di Loch Ness – arreso e spiaggiato – da dividere, come novelli avventori allo spettacolo miracoloso della moltiplicazione dei pesci (o mostri di fantasia), tra tutti i miliardi di persone che saremo allora.

Sembra anche che per la stessa data, Capitan Findus venderà a peso d’oro il baccalà e il merluzzo di cui sta facendo incetta. In poche parole, così come si stanno (stanno chi?) rovinando i suoli e la vegetazione, l’aria e i corsi d’acqua e tutte le altre risorse del pianeta, sorte analoga è riservata anche al mare che diventerà un deserto inabitato e sterile.

Non ci sono rimasti che cinquant’anni. Il petrolio ha cominciato la sua discesa verso l’esaurimento, esattamente come una donna di una certa età, inquieta e insoddisfatta per natura o sventura, stesa sul divano a sorseggiare Martini ascoltando Rod Stewart e rimirando l’ennesimo tramonto.

E’ poi ovvio ricordare che non c’è sistema democratico che funzioni o stato sociale/previdenziale che faccia il suo dovere. Non ce l’hanno ancora detto, ma la democrazia si arresta su un numero critico chiamato oligarchia. Non siamo che numeri e non facciamo che lunghe corse per metter pezze su esistenze scucite, fingendo un’idea di libertà e possibilità.

Guai poi a dimenticarsi che esiste una larga parte del globo che or ora si sta affacciando al benessere e – grazie al maledetto vizio che abbiamo da almeno cinquecento anni di andar in giro a civilizzare tutti e di dire che in Occidente si sta bene – anche costoro vogliono vivere a pieno diritto nutrendosi, curandosi, studiando, viaggiando, vedendo.

Ma la domenica non era ancora finita.

La scoperta non scoperta che ne ha seguito quella lapalissiana sulla caccia all’ultimo tonno delle multinazionali è stata quella sull’ignoranza. La mia, ovvio.

L’ultimo articolo serio che ho scritto si basava su un concetto vecchio di almeno trent’anni. Lo stesso sentimento di base che ha ispirato me era già stato espresso con una mostra di tre decenni prima a Venezia. E sì, che avevo studiato. E sì, che avevo le mie fonti, ma quel dettaglio l’avevo perso.

Si torna quindi a pensare che qualsiasi intuizione presente sia, per i livelli di mediocrità in cui siamo (siamo chi?), solo frutto dell’ignoranza. Ci pare nuovo e bello – e forse brillante – ciò che ancora non conosciamo, ma in realtà rincorriamo storie, sentimenti, ideali e altre utopie da moltissimi anni.

Le storie sono sempre quelle, varia la narrazione per tecnica – e tecnologia – ma non cambia il sentimento primo che le ha mosse. E se così non fosse non ci si spiega perché ascoltiamo ancora i componimenti della musica classica, o perché leggiamo ancora lagne romantiche in qualsivoglia lingua. O perché un’opera d’arte ancora ci impressiona, al di là della suggestione implicita nell’arte stessa.

Qui si aprirebbe tutto un ampio sentiero di discussione sulla tecnica, l’uomo, la macchina, la scienza e la natura. Tuttavia Capitan Findus non approverebbe questo dissertare ciarliero e pieno d’aria, ma assente di tonni.

Si potrebbe poi continuare almeno per un po’ a portare esempi sciocchi e abbassati al livello di comica da cabaret di provincia. Prendete ad esempio la musica e le cover. Di “Have you ever seen the rain?” potrei preferire la versione dei Creedence Clearwater Revival o quella dello già citato Rod Stewart, o dirla alla maniera degli Stones, Rolling Stones, con “Rain Fall down”.

O essere estremamente esperta da poter confrontare le quattro stagioni di Vivaldi con quelle di Piazzolla, scoprendo l’uso quasi rock degli archi che fa quest’ultimo. Ma le stagioni sono sempre quattro, sia in Argentina sia in Italia. Monsoniche o temperate segnano sempre lo scorrere del tempo verso la fine del petrolio e l’epoca tirannica di Capitan Findus.

La speranza a cui ci si aggrappa con ingenua stupidità è quella del cigno nero. Di un nuovo evento che sconvolga le mie idiote considerazioni sulla fine della specie umana, poiché si sa che andremo avanti ad libitum fiche la volontà nostra non sarà sazia.

Ah già, vero. Qui si parla di relazioni. L’ultima scoperta non scoperta riguarda le coppie. Tutti proveniamo da un modello familiare, da quello rifuggiamo o verso quello tendiamo a seconda di come c’è andata nella vita. In ambedue i casi, si parla di prosecuzione della specie per persecuzione, visti gli attuali livelli relazionali. Storie sane e ammirevoli ne vedo poche. Vedo poche nuove famiglie che non siano fondate da balordi annoiati, violenti o represse, o immaturi di tutte le generazioni. Poi mettiamoci anche il vizio, quello che porta alla necessità di avere una terza persona in una storia per riuscire a essere una coppia; o il vizio della connessione e dello sforzo minimo e della resa facile.

Io non ho ancora capito se mi manca più l’assenza di qualcuno o la sua presenza a metà, per non sbagliare metto insieme pigrizia e testardaggine così da portarmi avanti con i vagheggiamenti folli e annebbiati come questo. Ascolto anche Rod Stewart e, a tempo perso, bevo Martini.

 (G) A B

PS: Con un amico qualche tempo fa, si diceva che siamo condannati a generazioni di vecchi trentenni non emancipati. Incapaci. Lagnoni. Frignoni. Viziati. Quelli che sono sempre figli di qualcuno, mariti di quella, mogli di questo, madri di. Raramente coscienti di quello spazio bianco che passa tra l’essere di qualcuno e l’essere.

PPS: Così passa la domenica una single. Esce, si compra un libro, vede maratoneti con i calzari, scopre una nuova via, un nuovo negozio, una nuova vista.

Autore: Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

2 thoughts on “Vagheggiamenti domenicali di una single.

  1. Il cinismo è rifugio accogliente, e già Oscar Wilde scriveva che il matrimonio è un rapporto tra tre persone, una delle quali momentaneamente assente. Una volta un amico a cui avevo detto che entro il 2050 le temperature degli oceani si sarebbero alzate di qualche grado, rispose semplicemente “Meglio, così faremo il bagno anche a novembre”. Ci rimasi malissimo, ripromettendo di non essere più ospite della sua struttura sul mare.
    Non so, dev’esserci una via di mezzo tra la preoccupazione compulsiva e irrinunciabile per tutto ciò che stiamo (collettivamente) distruggendo e il distacco atarassico da un futuro ineludibile, che non abbiamo scelto noi e che, quindi, non intendiamo subire.
    Potrebbe essere una messa in comune di energie e speranza, un pensiero debole ma pervasivo orientato non all’immediato ma al dopodomani, o ancora lo studio, la ricerca, anche quando studio e ricerca appaiono come vizi snob.

    Circa la terra di nessuno che abitiamo tra l’essere di qualcuno e l’essere tout court, esiste, ma forse -come la felicità- è uno spazio che occupa pochi attimi perfetti, prima di scomparire, prima di costringerci nuovamente alla sua ricerca. Per Enzo Ferrari la vita era solo nella corsa. Ma forse, più prosaicamente, è nel suo contrario: nella lentezza, una sorta di cristallo prismatico che consente di osservare le cose da più visuali, costringendoci ad esercitare il dubbio, a sbagliare, e a non aver paura dei nostri errori.

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    • Enzo Ferrari diceva anche “se lo puoi sognare, lo puoi fare”, e la frase sintetizza i cambiamenti che ci sono stati da quando Enzo Ferrari progettava il sogno automobilistico ad ora, dove sognare è una sorta di incubo che si scontra con la realtà. E la vita è diventata una corsa perché il sogno non si raggiunge più. Una strana corsa in cui si ha spesso l’impressione di stare fermi, mentre molte cose passano.

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