Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

Levante

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Qui dove vivo c’è un silenzio che è un peccato sciuparlo e non sembra neanche di essere in città. Il sabato pomeriggio d’estate è proprio quiete, il sole picchia forte sui muri e l’unica cosa possibile è aspettare che la luce cali, ma non l’afa perché quella resta fino al primo autunno per diventare nebbia. E così, arriva anche la mezza stagione che, a quanto pare da questi giorni, esiste ancora. Il cielo è diventato grigio, lo sarà per molti mesi, ma l’aria non scotta più e non punge ancora.

Ieri sera mi servivano degli aghi e del caffè e sono andata in centro. Le mercerie stanno scomparendo, ho constatato l’evidenza di come sia sempre più raro trovarne una. Uno di quei bei posti con le pareti piene di scatole di bottoni, con le applicazioni sotto il vetro dei lunghi tavoli e quell’aria da negozio in cui vai perché sai quello che ti serve. Cercavo degli aghi da cucito per piccoli rammendi, quelli nella confezione arancione di plastica trasparente, con il tappo bianco, come li aveva mia madre. Pare che non li facciano più. Ma non è un dramma, solo un cambiamento minimo. Di fretta poi, tagliando la gente che passeggiava perché il parcheggio sarebbe scaduto, sono andata dalla “Messicana” a prendere il caffè. E la cosa mi ha riempito d’orgoglio. Il caffè in grani macinato per moka. Un’abitudine vecchia quella della torrefazione. Vecchia e costosa, ma dall’aroma profumatissimo.

Ieri la città era piena di famiglie, o il mio sguardo cadeva su loro. Giovani coppie con pargoli di pochi anni, sempre nel numero di due, alcuni sul passeggino altri sgambettanti per strada e urlanti della loro ultima visione: i pompieri con i camion. Poi c’erano i pancioni di chi, stanca, si era seduta vicino alla prima panchina, quella dopo il negozio di saponi; e quell’altro della ragazza vestita di nero e jeans, con il classico abbigliamento pre-maman. Ieri sera poi, intorno alle diciannove, c’erano anche i giovani in giro e cercavano un posto in cui combinare la serata. C’erano pure coppie di amiche in giro per le vie, alcune molto in tiro, senza far conto dell’età: pied de poule con sopracciglia rifatte su una piazza di rughe o sguardo imbronciato e taglia 38 e tacco altissimo sul selciato. Giacche scintillanti, pance piatte, scarpe fuori stagione.

L’apparenza ruba sempre rispetto allo stato effettivo delle cose, e sotto i portici, così come per le vie più chic di questa città, in cui ogni week end non si fa altro che mangiare, le persone sembrano serene. Di quella serenità che ti verrebbe voglia di fregare, o di quella mano sulla spalla che, accidenti, se non ti manca ora.

Ho poi notato che i single sono strani esseri che dalla loro condizione fanno molta fatica a uscire. Si addobba il silenzio e la solitudine con visioni, rumori, musica, suoni, appuntamenti culturali, aghi e caffè, viaggi, contatti, disperazione e motivi per andare avanti. Si è in costante difesa, diffidenti e restii a concedere fiducia. Termini quest’ultimi tra loro abbastanza simili nella scelta delle lettere che li compongono.

Sto cercando la discriminante che passa tra chi è solo per davvero e chi solo non ci sa proprio stare.

La scorsa estate, in una delle tante sere calde e piene di pensieri, un tizio, che non saprei come meglio identificare, mi aveva fatto conoscere questa canzone.

Prima di scoppiare a ridere per il testo, è passata una nottata e diversi ascolti: il mattino dopo, sull’autobus che mi portava a lavoro ho iniziato a ridere. E siccome mi piaceva il testo, soprattutto nel ritornello, quel tizio mi ha anche girato il file in mp3 cosicché io potessi cantarla più o meno ovunque. E dall’autobus è passata al lettore dell’auto. E’ sciocca, comune e simpatica da cantare in auto o la domenica mattina mentre prepari il sugo. E la trovavo perfetta per il mio carattere e modo di vedere il mondo che, a quanto pare non è una visione esclusiva, ma una prospettiva comune. E la trovavo perfetta perché era in buona sintonia con il modo del tizio che me l’ha fatta conoscere.

L’unica differenza con il testo è che io mi sono tagliata i capelli da sola per davvero da piccina, in uno dei molti casi di ribellione, che oggi diventa attacco preventivo a ogni contatto.

Il nuovo singolo di Levante è quest’altro.

O certo, non sono dei testi pregni di significato struggente, criptico, denso di sentimenti non detti, e di colpi al sentire più profondo. Sono prime melodie di chi ci prova, come fece qualcuno tempo addietro con le tre cose (il sole, il cuore e l’amore o in alternativa il malaffare, la pizza, le cose che cambiano per non cambiare mai). E so bene che di talenti musicali inespressi e senza un’etichetta è pieno il mondo, così come di romanzieri dai cassetti strabordanti di libri eccellenti. Il fatto è che la competenza non fa rima con opportunità.

Ho scoperto ieri che i single ascoltano anche la stessa musica, vedendo i Depeche Mode su una mensola pochi minuti dopo il mio ultimo ascolto in auto. Ho notato che i single tali rimangono se lo stato in cui sono è voluto o ormai acquisito, o di comodo, anche se sono a letto insieme i single sono sempre tali. E i Depeche Mode stanno vendendo molto, forse più di Levante.

(G) A B

Autore: Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

One thought on “Levante

  1. Questa estate è capitato che tornassi nella mia città. Era un anniversario importante, e volevo viverlo da solo. Nella piazza principale si apriva la breve stagione del cinema all’aperto. Fiumi di persone sciamavano attorno alle file di sedie, si accomodavano, poi cambiavano posto, si cercavano da un lato all’altro della piazza, e discutevano su abbigliamento, e seguito della serata, e dell’estate. Io no, io avevo scelto me stesso, una data e un posto precisi. Non ero altrove, ero lì. Niente meccanismi digitali accesi, solo lo sguardo sul mondo attorno che sfumava e mi riportava a quando ero bambino. Era necessaria, lì, la duitudine? Essere il contrario di uno? In quel momento mi è apparso Paul Giamatti nella scena finale di Sideways, quando stappa il suo grande rosso da solo, in un Mc Donald. Quel vino, gustato in due, avrebbe avuto un sapore più intenso? Non lo so, ma è andata così. E allora ti viene da pensare che non c’è un momento perfetto, se non quello a lungo inseguito e mai trovato. Che non c’è LA risposta, ma solo una serie di buone domande. E riflettere, e continuare a farlo, senza che il cinismo o il sarcasmo o la disillusione righino come forchette impazzite la tovaglia della festa, è un modo per dire che ci siamo, non importa con chi, ma che siamo. Siamo ancora.

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