Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca

Oche altrove

Una sera d’estate

Musica consigliata:  Don’t be sad, Brad Mehldau 

Vincent van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888

Vincent van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888

Metti una sera d’estate, un cortile, un palco, due pini marittimi appena sotto il cielo.

Metti un amico e uno scrittore, metti un uomo e un cantautore: Massimo Del Papa e Paolo Benvegnù.

Metti che quelle parole dentro una pagina o dentro una canzone sono state l’unico mio specchio per tanto tempo.

E mi ritrovi lì dopo qualche anno a salutarli appena prima dello spettacolo: Massimo incazzato, ansioso ed euforico e con le sue parole in mano, Paolo disteso in un angolo buio del palco, quasi un unico con quello, segnato, ma vivo e accogliente. E per un attimo si riprendono le fila del discorso, ci si guarda in faccia perché si è cambiati nel frattempo, nella testa come nel corpo.

Terza fila, esterno sinistro: il mio posto. Varia la gente che arriva tutta all’ultimo minuto: colorata, etnica, fans improbabili con perline o con l’ingenuità della provincia, altri con camicioni striati e poi gente comune, coppie, giovani, persone mature, pezzi di famiglie e single con il cane o con il telefonino.

Iniziano o forse no. Una giovane ne fa la presentazione: il respiro è più corto delle parole che dice. La segue un altro ragazzo perché la manifestazione generale prevede un cappello introduttivo a ogni evento. E quello scambia la leggerezza estiva con la saccenza accademica.

Ma ora iniziano per davvero.

Due sedie distanti. Le luci calde dei riflettori. Un leggio da una parte, due chitarre dall’altra.

Inizia Massimo con una sua poesia, lo accompagna Paolo con la chitarra e poi parte con un suo pezzo.

Nelle parole di Massimo c’è la sua vita e ci sono gli scampoli delle vite altrui. Di quelle vicine e di quelle distanti. Di quelle che sentono e di quelle che hanno il dovere di sentire. I frantumi di chi soffre per mille motivi diversi, i pezzi di chi è solo, smarrito, senza una strada e cerca nelle sue parole una spinta per ripartire o una spiegazione che sia come un cuscino dopo una giornata faticosa. Alcune si ascoltano con gli occhi chiusi, perché io le conosco già, so come finiscono e si sentono solo in quel modo. Altre ancora sono nuove, ma raccontano la strada che hanno fatto per arrivare, perché questo hanno di bello le parole: segnano il passo che fanno e accomunano gli interrogativi, le inquietudini, le nostalgie, le mancanze e raccontano il desiderio umano. Quando le sai usare, sono un piccolo miracolo perché arrivano lontano e nel profondo.

E sotto le parole di Massimo c’è la chitarra di Paolo. Non sotto, accanto. E’ talmente chirurgica, precisa, adatta e naturale che, ora, sembra esserci sempre stata. Canto le canzoni di Paolo, le canto tutte sotto la sua voce. Hanno dentro tante immagini, suggestioni, visioni e note. Questo c’è di bello nella musica che è forse più facile nel rimanerti accanto perché ha la magia semplice per chi la ascolta e per chi la compone. Bello il suono, faticoso e pulito di un intenso live.

Si alternano con un ritmo vario tra poesie e canzoni che si ascoltano a vicenda.

Sono bravi, sono una coppia da palco. Lo sono anche troppo perché sembrano la reale differenza tra sentire con il cervello e sentire con lo stomaco e con tutti gli altri sensi. Vibrano e cantano oltre le loro stesse parole.

Alcuni vanno, altri restano. Il signore con la tunica striata accanto a me fa una pausa e si alza, ma poi torna seguito da altri due. C’è chi a una certa ora abbandona, c’è chi si agita su una sedia per scattare la foto dall’inquadratura migliore o la ripresa più adatta. Chi applaude, chi canta, chi rimane pietrificato e la notte va avanti.

Ed io ripenso alla prima volta che li ho sentiti per radio, una delle loro prime esibizioni insieme. Travolgente come la prima esperienza nuova, forse ingenua. Penso al tempo che è passato, che anche a misuralo non se ne ottiene una stima e a come sono variate le parole e le musiche e le persone. E Massimo annuncia che sarà l’ultimo spettacolo.

Poi chiudono, forse in anticipo sulla scaletta forse in ritardo su un’organizzazione non organizzata.

E li vedo insieme a prendersi il meritato applauso. Stanchi forse. Severi forse. Massimo con i suoi occhiali seri e una maglietta strana, Paolo coi capelli bianchi e la giacca scura. Di loro raccontano i loro visi, gravi, interi, unici. Fragili ma resistenti, due che su un palco ci sanno stare che si mettono alla prova, che ci provano ogni volta, che si raccontano, due uomini che raccontano, ciascuno a suo modo, questo mestiere chiamato vivere.

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